3 capitolo : Don Gaetano Burini e Don Antonio Bonaiti

Don Gaetano (in basso a sinistra) alle premiazioni del torneo notturno di calcio del 1966

PER POCO, MA C’E’ STATO ANCHE DON GAETANO

Non si può dire che abbia lasciato un segno nella storia del nostro oratorio perché vi è rimasto ben poco ma anche don Gaetano Burini fa parte del novero dei curati del nostro oratorio e un paio dei 60 anni che celebriamo li ha “timbrati” lui con la sua presenza tra il 1965 e il 1966.

Don Gaetano approdò nella nostra comunità dopo una breve esperienza nelle valli, animato da grandi speranze, ma…

“Arrivai nel luglio del 1965, dopo tre anni di ministero a Peia, un paese dove le attività per i ragazzi e i giovani erano pressoché inesistenti. Mancavano gli ambienti indispensabili per una educazione sistematica.

Secondo la mentalità del tempo il mio compito era quello di portare i ragazzi ed i giovani in chiesa, anche contro la loro volontà. La pratica religiosa era l’unico termometro per valutare la validità dell’azione del giovane sacerdote. Ero quindi digiuno di una vera e proprio vita di oratorio.

Il mio trasferimento ad Urgnano è stato traumatizzante e deludente. Era il passaggio da una comunità media di collina, segnata dall’industria tessile, ad una comunità grossa di pianura, in piena trasformazione dall’agricoltura all’industria.

Sognavo un oratorio grande e ben attrezzato e mi trovai in un ambiente peggiore di quello che avevo lasciato: una casa malsana con due stanzoni adiacenti e una sala bar, che al mio arrivo fu ermeticamente chiusa.

Senza le strutture indispensabili per la formazione culturale e morale era utopia stendere programmi a lungo termine. Continuai con il ritmo di chi mi aveva preceduto, aiutato da volontari impegnati nello sport e nella catechesi. Dovevo essere un esecutore di ordini che venivano impartiti dall’alto, senza discuterli, perché così si era sempre fatto. La pastorale era attenta alle strutture più che alle persone. L’oratorio e il cinema era un tutt’uno: e molte volte si esigeva un profitto e nulla più.”

Questa situazione di disagio fu quindi all’origine della breve durata della sua presenza ad Urgnano, la minore tra quelle dei curati del nostro oratorio.

“La mia scelta di fondo di non vivere per compromesso e di evitare prolungati attriti, poco edificanti per la meravigliosa gente di Urgnano, fu la motivazione principale della brevità della mia permanenza. Per temperamento amo la schiettezza e rifiuto il sotterfugio e siccome quella veniva a mancare fu gioco-forza gettare la spugna.”

Conserva comunque dei bei ricordi della sua attività ad Urgnano, dove tra l’altro è tornato in più occasioni come oratore in occasione delle Quarantore e di iniziative di spiritualità?

“Mi entusiasmavano le omelie dialogate che tenevo durante la messa domenicale dei ragazzi. Due o più ragazzi e un giovane venivano sul presbiterio e comunicavano ad alta voce i sentimenti che le letture bibliche suscitavano in loro. Era un modo insolito per vivacizzare la celebrazione eucaristica.

Era un vero piacere predicare nella stupenda Chiesa di Urgnano, di fronte ad una assemblea attenta ed interessata.

Mi sentivo poi a mio agio quando visitavo le famiglie che mi accoglievano con molta simpatia e cordialità.”

In tutte le esperienze della vita, piacevoli o meno che siano, c’è sempre qualcosa che si ricorda in modo particolare; e anche don Gaetano ha la sua piccola avventura da raccontare:

“Il 17 gennaio 1966, di ritorno a Bergamo, capottai con la mia Seicento sul rettilineo di Azzano S. Paolo. La macchina fu distrutta ma io, grazie a Dio, anche se estratto a forza dalle lamiere, non mi ero fatto neanche un graffio. In paese però si era diffusa immediatamente la notizia che ero morto. Tutto un subbuglio; e mentre si formavano i capannelli che commentavano l’accaduto, io passai in bicicletta come se nulla fosse avvenuto. Al vedermi, la gente usciva dai negozi per accertarsi che fossi proprio io, visto che qualcuno aveva già suffragato la mia anima”.

Quel momento non è ancora giunto, la gente di Urgnano non ha ancora dimenticato don Gaetano, ed anche l’oratorio, in ogni futuro decennale continuerà a ricordarsi di lui ed a ringraziarlo per la sua presenza, piccola, ma pur sempre importante.

DON ANTONIO… IL CURATO DEL NUOVO ORATORIO

Scrivere il titolo di un articolo, così come di un libro o di un tema è sempre una cosa difficile, perché si deve concentrare in poche parole un contenuto ben più ampio, cercando di incuriosire il lettore ma evitando malintesi sul suo significato.

Per introdurre l’articolo su don Antonio Bonaiti, uno dei curati che hanno condotto l’oratorio nella sui 60 anni, ho avuto molti tentennamenti, da “il curato della transizione” (con lui siamo passati dal periodo intenso di don Gianni e don Vincenzo a quello altrettanto forte di don Domenico) a “la quiete nella tempesta” (erano gli anni della contestazione giovanile e del post-Concilio, ma lui li ha affrontati con serenità e tranquillità).

Alla fine ho deciso di sottolineare l’aspetto più concreto che ha contraddistinto la sua presenza nella nostra Comunità e cioè la costruzione del nuovo oratorio, quella struttura che stiamo utilizzando tuttora e che nel frattempo è stata arricchita di una nuova ala, ma senza alterarne la sua impostazione originale.

Tuttavia il titolo si potrebbe leggere anche in senso metafisico, lasciando stare l’aspetto “immobiliare” e dedicandosi al significato del nuovo oratorio, inteso come un rinnovato modo di interpretarlo; si era da poco concluso il Concilio Vaticano II e le novità riguardavano anche l’oratorio:

“Senza dubbio l’incidenza del Concilio suscitò un rinnovamento anche in questa particolare istituzione; determinante fu la maggiore apertura che diede modo di indirizzare la Chiesa stessa e l’intero popolo di Dio a prendere coscienza della missionarietà a cui tutti siamo chiamati. Ecco quindi che anche l’oratorio entrò in questa nuova dimensione specializzandosi nel suo compito formativo di una fede aperta al mondo”.

Don Antonio Bonaiti arrivò ad Urgnano nel 1967, succedendo a don Gaetano Burini; era stato ordinato sacerdote nel 1956, quindi aveva già alle spalle alcune esperienze sacerdotali, prima all’Istituto San Carlo di Bergamo, poi a Treviolo e quindi a Desenzano al Serio.

Per chi scrive fu il primo curato e di lui mantengo il ricordo di quando un giorno ero stato male a scuola e lui mi accompagnò a casa con la sua mitica Fiat 850 color verdino (in tinta con il vespino del parroco don Gino Cattaneo); così come me lo rivedo accanto mentre controlla la mia lettura della preghiera il giorno della Prima Comunione: da quel giorno, tutti i giorni, prima di andare a scuola, io e tanti altri partecipavamo alla breve messa e leggevamo anche le Letture (salendo sullo gabellino che ci consentiva di arrivare al microfono!).

“Durante la mia presenza in Urgnano vi erano gruppi di servizio alla liturgia, il piccolo clero ad esempio era composto da più di 30 elementi, i lettori animavano sia le messe feriali che domenicali. Non posso fare a meno di citare anche il gruppo catechisti che era, nel suo insieme, una realtà molto affiatata e impegnata in maniera incisiva nel contesto ecclesiale; non mancavano iniziative in campo caritativo a cui il gruppo stesso partecipava in maniera interessata e costante”.

Tra le attività a cui si lega il nome di don Antonio ci fu anche la nascita della Polisportiva Urgnano, lontana parente di quella attuale che è nata invece per iniziativa dell’Amministrazione Comunale.

“Essa nacque nell’oratorio perché vi era già un piano educativo nella consapevolezza che lo sport e il gioco possono influire in maniera positiva sulla formazione cristiana ed umana del ragazzo e del giovane; onestamente però debbo far osservare l’autonomia che questa realtà mantenne di fronte all’oratorio stesso.

A lungo andare si verificò, a mio avviso, un cambiamento di obiettivi, che nel loro insieme non furono del tutto negativi, ma ci si trovò a far prevalere spesso e volentieri l’aspetto agonistico e competitivo più che l’aspetto ricreativo”.

Si diceva più sopra della concomitanza degli anni di don Antonio con la contestazione del ’68, che ovviamente manifestò i suoi effetti anche ad Urgnano; e l’oratorio, in un certo senso, si trovò in mezzo a questo fermento:

“Credo di sì, perché essendo l’oratorio l’unica struttura esistente in grado di ospitare grosse riunioni portò all’interno dello stesso e di chi vi operava un senso di apertura di fronte ai problemi sociali del tempo.

L’oratorio divenne centro delle assemblee dei lavoratori, vi furono incontri e scontri sindacali, tutto questo svegliò l’attenzione di chi come collaboratore lavorava all’interno dell’oratorio, e ci si rese conto che bisognava essere sempre più attenti alla formazione dei ragazzi e dei giovani anche di fronte a questi valori sociali”.

E veniamo, finalmente, anche a questo nuovo oratorio, inteso proprio come struttura che rende disponibili grandi spazi ed ambienti per le sue varie attività. Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio del decennio successivo si riuscì a realizzare il nuovo immobile comprendente anche la nuova sala del Cinema-Teatro Cagnola.

“La gente capì l’esigenza di una struttura oratoriana più funzionale, del resto non si poteva più andare avanti con degli ambienti insufficienti e costruiti molti anni prima; la necessità di costruire un nuovo oratorio era indispensabile, però devo dire che gli urgnanesi vissero questa proposta in maniera piuttosto distaccata, probabilmente anche per il fatto che non si fu in grado di coinvolgere incisivamente la comunità.

Di cambiamenti ve ne furono molti, l’oratorio diventò un punto di riferimento molto importante e non appena fu ultimato molti giovani si presero anche l’impegno di renderlo più vivo, si volle arricchire tutta la struttura anche con l’apertura di una biblioteca (dove adesso c’è la cappellina – n.d.r.) e non pochi furono coloro che si impegnarono a raccogliere i fondi per realizzare questo con Raccolte Stracci e Mostre-vendita del Libro”.

Quando lasciò il nostro oratorio, nel 1976, don Antonio fu nominato parroco di Vercurago (destino che qualche anno dopo è toccato anche a don Marco Tasca!), sulle rive del Lago di Garlate, e successivamente divenne parroco di Ghisalba, località dove tuttora risiede.

Con l’esperienza di don Antonio siamo quindi arrivati quasi a metà della vita del nostro oratorio; con don Domenico inizieremo il racconto degli ultimi trent’anni e le immagini inizieranno a farsi più vive nella mente dei lettori, i volti dei curati saranno più familiari e ci sentiremo tutti un po’ più protagonisti di una grande storia a cui abbiamo partecipato in prima persona, quella del nostro oratorio.

Gianluigi Radavelli

I commenti sono chiusi.