4 capitolo : 1976 – 1984 Don Domenico Locatelli

DON DOMENICO: L’ORATORIO TRAMPOLINO PER IL MONDO

Dieci anni fa non aveva voluto essere intervistato via internet o posta elettronica, eppure il suo indirizzo @swissonline già lo utilizzava quotidianamente, perché lui non si è mai lasciato superare dalla tecnologia ed ogni nuovo mezzo di comunicazione lo ha subito trasformato in strumento di lavoro per la sua professione di… prete; i puntini di sospensione li ho messi perché spesso in molti hanno spesso scambiato l’iper-attivismo di don Domenico Locatelli per quello di un poliedrico impresario, senza capire che ogni sua iniziativa aveva come motivo di fondo e finalità “il tentativo di volervi parlare del Signore con questo stile: con gioia, con entusiasmo, con tolleranza verso chi sbaglia, con la grinta che deve essere propria di ogni cristiano”.

Diceva che il suo “peccato originale” era di “essere alla ricerca del ruolo del prete che spesso rischia di essere soffocato da mille cose da fare a livello organizzativo” ed il destino (o forse meglio, la Provvidenza) lo ha portato subito nel grande oratorio della nostra numerosa comunità. Ad Urgnano, tra il 1976 ed il 1985 don Domenico ha dato vita ad una miriade di iniziative che hanno ben presto varcato i ristretti confini dell’oratorio e della comunità pastorale stessa; ci vorrebbero migliaia di pagine per ricordarle tutte, ma don Domenico aveva pensato anche a quello perché tutto quanto è stato fatto in quegli anni è stato documentato ed immortalato proprio sulle pagine di Urgnano Oggi, un periodico a cui è sempre stato molto affezionato e che mi ha lasciato in eredità come una delle sue cose più care: “mi è sempre piaciuto anche perché è nato con noi, qui. Ci tenevo molto anche se costava, però sono soddisfatto dei risultati e soprattutto del fatto che la gente lo aspetta, lo desidera e lo apprezza”.

Il destino-Provvidenza lo ha poi portato dalla pianura fino a Foppolo, piccola comunità senza oratorio, con bambini sparsi qua e là per la valle, ma con la sua energia e l’ottimismo (sarebbe più giusto dire: fede) ha avuto il sopravvento su una situazione ambientale difficile da gestire, riuscendo a creare una cooperativa attiva nell’accoglienza dei villeggianti; da qui don Domenico è stato destinato in Svizzera, nella missione italiana di Yverdon, dove non solo era senza oratorio ma pure senza chiesa! Ma la mancanza di un punto di riferimento comunitario fisso non ne ha condizionato l’attività pastorale, anzi. E così don Domenico, sempre disponibile a nuove sfide, allargando i suoi orizzonti, dopo essere passato dalla realtà comunitaria di un paese grande (Urgnano) a quella di una valle (Foppolo, valle Brembana) e quindi a quella di una nazione (Yverdon, Svizzera) è stato chiamato a qualcosa di più difficile ed affascinante: il mondo! Nel 2002, infatti, gli è stato affidato dalla Fondazione Migrantes della CEI, il prestigioso incarico di direttore dell’Ufficio per gli italiani nel mondo e da allora don Domenico ha iniziato a girare in lungo ed in largo il mondo per visitare le comunità italiane sparse ovunque e partecipare a convegni, manifestazioni di ogni genere, fino ad esercitare un ruolo di primo piano nella preparazione della Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà ad agosto in Australia.

Dopo questa lunga prefazione, più adatta ad un libro che ad un articolo, riparto da dove avevo incominciato: non gli piacciono le interviste per posta elettronica, ma se è in giro per il mondo dove lo trovo? L’ultima volta che l’ho sentito era in treno tra la Germania e la Svizzera e la comunicazione si è interrotta all’inizio di un tunnel per poi riprendere dopo qualche ora! Mi viene l’idea di fare una ricerca su internet e, tra le centinaia di pagine in ogni lingua che parlano di lui, trovo un articolo recente di News Italia Press con un’intervista a don Domenico che inizia con “Il mandato di cinque anni assegnatomi dalla Chiesa Italiana è terminato. Il mio lavoro nella Fondazione Migrantes ha contribuito all’azione pastorale che si svolge a favore delle comunità italiane che vivono nei continenti del mondo”. Ho come un sobbalzo, pensavo di trovarlo in Australia ad organizzare la GMG ed invece magari è già tornato nella sua casa di Suisio.

Gli mando un SMS per chiedergli dove lo posso trovare per l’intervista e lui mi risponde prontamente: “Sono a casa, a Roma, chiamami allo 06…., oppure mandami una mail a …..@virgilio.it oppure chiamami su Skype …”. Lo dicevo io che non don Domenico perde un passo della tecnologia e come prima cosa lo metto tra i miei contatti Skype (per chi non lo sapesse è uno dei modi di contattarsi ed anche vedersi con il computer via internet, gratis da qualsiasi parte del mondo) e poi gli annuncio la mia chiamata dopo aver pensato alle domande; mi risponde subito con un nuovo SMS: “Le domande devo conoscerle io, non tu, se vuoi che ti risponda con la testa. Le aspetto.”

Sorrido tra me e me, penso ad una decina di domande e parte subito la mail, ma lo invito a rispondere più con il cuore che con la testa. Dopo un paio di giorni ecco le risposte, corredate da una serie di fotografie, l’intervista sarebbe pronta, ma anche se non me l’ha detto di nuovo, so che non gli piacciono le interviste fatte così, ed allora tento di passare avanti alla tecnologia con l’immaginazione (inimitabile strumento umano che il progresso può solo aiutare ad esprimersi sempre meglio!): stendo sulla scrivania le mie raccolte di Urgnano Oggi fino al 1985, l’articolo di commiato di don Domenico, le interviste del 1988 e del 1998, qualche articolo tratto da internet su alcune sue iniziative recenti e tante fotografie. Così, in questo disordine di carte che gli piacerebbe tanto, comincio a chiacchierare con don Domenico Locatelli, virtualmente presente (in attesa che il suo destino-Provvidenza gli faccia il dono dell’ubiquità).

Allora hai terminato il tuo incarico di Direttore dell’Ufficio per la pastorale degli emigrati italiani della Fondazione Migrantes e quindi sei disoccupato! Non riesco ad immaginarti senza niente da fare… quali sono i tuoi programmi nel prossimo futuro?

“Si, è difficile immaginare un prete “disoccupato”. Se si pensa che il primo “lavoro” chiesto al prete e per il quale riceve anche un sostentamento economico, è quello di pregare per il popolo di Dio, allora comprendi come non si arresta mai questo servizio fondamentale. Sono invece in “mobilità” nel senso pieno del termine. Non perché rientri in una pianificazione che porta al licenziamento o allo smantellamento o ristrutturazione di una azienda, come molti purtroppo conoscono, ma perché è terminato un servizio che prevedeva un mandato di 5 anni e perché, al posto della riconferma, si è chiamati ad un’altra missione.

Circa il futuro,con l’accordo del Vescovo, ci sarà ancora un impegno nel contesto migratorio a servizio degli italiani emigrati in Europa. Sarà un incarico per alcuni anni prima di rientrare in Diocesi per gli ultimi anni di servizio pastorale.”

Ma non ti dispiace lasciare adesso, alla vigilia della GMG in Australia, per la quale avrai sicuramente lavorato tanto?

“La Giornata mondiale della Gioventù a Sydney mi ha visto impegnato per quasi due anni in un lavoro entusiasmante rivolto chiaramente alle comunità italiane che vivono a Melbourne, Perth, Brisbane, Adelaide e Sydney naturalmente. Ho partecipato alle delegazioni che hanno compiuto tre viaggi di relazioni, sopralluogo e conoscenza. Abbiamo raccolto molte testimonianza e preparato sussidi che presto vedranno la luce.

Il lavoro fatto non andrà perso perché sarà continuato da altri con soluzioni e forme che prevedono alcuni ridimensionamenti ed altre iniziative. Sarà comunque una bella manifestazione: un’opportunità unica per mettere in luce le belle comunità italiane d’Australia ed il contributo significativo che stanno portando al paese australiano e alla Chiesa che ci vive.”

Non mi aspettavo che il tuo incarico avesse una scadenza…

“Come in tutti gli incarichi nella Chiesa e non solo, i mandati hanno un inizio ed un termine ed è buono riuscire a sentirsi “relativi” ed imparare a fare frequentemente il bilancio del proprio lavoro, anche quando si sta facendo un lavoro buono ed apprezzato. Ogni cambiamento porta novità sia per il prete trasferito che per la comunità stessa. Forse è opportuno superare il criterio “carrieristico” o di avanzamento per leggere le cose in altri termini, quelli di “missione” e di “servizio”. Nella chiesa, o meglio nella visione cristiana, non c’è “superiore” o “inferiore“, più “grande”, “nullo”, “andare avanti” eccetera. C’è soprattutto diversità di funzioni, di carismi, di responsabilità, di servizi ma tutto in funzione del bene comune. La visione piramidale applicata alla chiesa non corrisponde alla buona notizia del Vangelo e allo spirito del Concilio vaticano II. Non guasta ricordare le parole di Gesù: “I grandi della terra amano…. Ma fra voi non sia così: chi vuol essere il più grande si faccia il servitore di tutti”. Non mi nascondo comunque, che il lavoro per convertire le cose in questa direzione non è certo finito!”

E se il Vescovo ti chiedesse di fare il parroco a Urgnano?

“C’è sempre il rischio di vivere di ricordi mentre io sono cambiato ed anche la comunità di Urgnano è cambiata. Non si può pensare di rivivere una fase della propria vita riportando il tutto a trenta anni fa. Non mancano candidature e possibilità interessanti che possano continuare il buon lavoro costruito dai sacerdoti che hanno operato in questa bella cittadina.”

A proposito, ecco la foto di don Domenico con il Vescovo Mons. Roberto Amadei ed il parroco don Evasio; risale al gennaio scorso in occasione della Festa di San Giovanni Bosco. In quella occasione hai espresso il tuo compiacimento per la presenza dei “vecchi” (tra i quali mi ci metto anche io) nell’animazione dell’oratorio e della parrocchia; ma non è un difetto di ricambio generazionale?

“Può essere un limite se la presenza dei “vecchi” toglie spazio ai giovani e alle novità. E’ una presenza preziosa se utile ad assicurare servizi di gestione e di buon funzionamento che richiedono esperienza, tempo e dedizione fedele: non sempre i giovani hanno la pazienza e la forza di impiegare molto tempo alla sicurezza, alla conduzione delle strutture e degli spazi. Sono convinto che nessuna pastorale può essere solo settoriale, ma richiede il coinvolgimento di tutta la comunità in un orizzonte allargato a tutti i settori perché al centro c’è sempre la persona con tutte le sue dimensioni, esigenze e risorse. Riservare uno spazio esclusivamente ad una categoria di persone, si rischia di creare un ghetto poco allegro! Meglio fare insieme se è possibile.”

Ci passa tra le mani una vecchia foto in bianco e nero; ci sono don Domenico, io (con una zazzera riccia pronta al taglio militare!) e don Gino Cattaneo. E’ il Primo Congresso dell’Oratorio (29 gennaio – 2 febbraio 1984), preparato con un intenso impegno di alcuni mesi; che ricordi hai di quel congresso?

“Fu una bella esperienza, sicuramente innovativa. Partiva dal constatare che nessuno aveva soluzioni prefabbricate e che era opportuno costruire un tavolo di concertazione dove si discutesse dei modelli formativi a partire da una società in profondo cambiamento.

Era il momento di dare spazio e riconoscimento anche alle agenzie e ai protagonisti dell’educazione dei minori che fossero diversi dalla Parrocchia e dalla chiesa. Penso che sia indispensabile oggi dialogare molto con lo Stato, la Regione, le istituzioni pubbliche comunali, coinvolgendo tutto il territorio con le sue risorse imprenditoriali, culturali senza dimenticare i tutori della sicurezza e gli operatori della salute”.

Nei programmi del 60° dell’oratorio c’è un nuovo congresso, ad Ottobre (dal 13 al 17, perché noi non siamo scaramantici). Avrai magari la possibilità di partecipare?

“Non so dove sarò e in che cosa avrò messo le mani e la testa. I confronti con realtà diverse, Europee soprattutto, sono importanti. I giovani sono sempre più coinvolti in una mobilità grande come il mondo che li vede protagonisti di stages, programmi Erasmus o Socrates e spesso trovano sbocchi lavorativi e di vita in altre regioni europee: è bene respirare più ampio soprattutto rivolti ad est.”

Sei sempre stato un grande amante del cinema e della musica. Hai avuto il tempo di vivere questa tua passione negli ultimi anni di intenso viaggiare per il mondo?

“Impegni e dimensioni diverse mi hanno un po’ distolto da questa passione che era dovuta soprattutto alla documentazione per una buona organizzazione della sala della comunità: non puoi dare ciò che non si ha e allora era utile stare aggiornati. Circa la musica, mi tengo ancora cara quella che produco “spontaneamente” cantando e ascoltando musiche di ogni tipo soprattutto nei lunghi spostamenti: comunque preferisco sempre una musica non troppo distante dai decibels “rokkettari”.”

A proposito di sala della comunità… quante iniziative ci abbiamo organizzato; è importante poter disporre di una struttura come quella del cinema-teatro?

“Un luogo disponibile ad accogliere iniziative, animazione ed incontri è sempre importante ed utilissimo. Ma la vita di queste strutture è assicurata solo dalle persone che ci sono e si impegnano a vivere ed operare, anzitutto per se stesse e insieme con loro aprendo senza pregiudizi agli altri. Una sala cine-teatro richiede d’altra parte un progetto culturale ed educativo che ispiri e sorregga l’attività di fondo. Da parte mia ho sempre pensato che l’oratorio lo dovevamo fare fuori dalle mura di via Roma, per andare ad animare la piazza, i quartieri, le strade, il mondo… Dove c’è una persona , un gruppo, una attività, là dobbiamo arrivare per mettersi in dialogo e camminare insieme ad altri rispettosi del loro credo e del loro cammino, ma pronti a dar ragione delle nostre scelte di valori umani e cristiani.”

All’oratorio hai lasciato un archivio fotografico immenso: le tue diapositive, soprattutto quelle dei viaggi e delle gite, tanti provini a colori (le foto costavano!) e centinaia di foto in bianco e nero sviluppata nella sala oscura dell’oratorio (al primo piano, dove adesso ci sono i servizi!). La fotografia era la tua altra grande passione, quante Nikon hai distrutto a forza di foto del mondo? Penso che adesso ne avrai almeno un milione, considerando che con la fotografia digitale ne puoi fare quante ne vuoi!

“In effetti non ho mancato di aggiornare i “corpi” di ripresa, passando decisamente al digitale. Ho lasciato diversi archivi fotografici di documentazione nelle diverse sedi dove ho operato. Vorrei passare al video perché, oggi, si comunica moltissimo con questa modalità, ma mi manca una piccola spinta finale per fare il salto: per ora resto al “Clik” fotografico.”

Ai ragazzi di oggi il nome don Domenico non dice niente, ma per i loro genitori vuol dire ricordare un sacco di iniziative e di attività, parte delle quali resistono ancora tra alti e bassi (per la verità più bassi che alti). Non ti sembra che i ragazzi di oggi, rispetto a quelli del tuo periodo urgnanese, siano più refrattari ad ogni genere di iniziativa comunitaria?

“I ragazzi sono figli del loro tempo ed il tempo attuale ha smarrito i riferimenti base che poggiano sui valori “non negoziabili”. Siamo chiamati a rifondare la visione umana e cristiana della vita, del mondo e dell’esistenza umana. E’ una sfida culturale prima che religiosa, di massima urgenza perché è a rischio la pace e la convivenza rispettosa e solidale.

I ragazzi più che refrattari sono vittime di un sistema che abbiamo costruito noi adulti dove abbiamo abbracciato esageratamente la dimensione economicista e di consumo perdendo il gusto delle relazioni, del pensiero, e del trascendente non fidandoci più di chi è diverso e scivolando sulla deriva dell’uniformità, del relativismo e del materialismo. Purtroppo, non possiamo negare che l’individualismo regni sovrano!”

Quale tra le iniziative da te proposte ed organizzate (coro Snoopy, Quartierdimaggio, Teatro Festa, Canzoniere, circolo culturale Locomotiva, Congresso dell’Oratorio, Carneal de Örgnà, Festa in Rocca, Herin, Giro di Urgnano, ecc) ti ricordi maggiormente?

“Nel periodo di allora non è certo mancata la “confusione”! Interessante fu l’apertura missionaria all’Africa, grazie al supporto dei padri Passionisti, gli inizi dei percorsi formativi per gli animatori degli adolescenti quando si cominciava a parlare di “progetto formativo” dell’oratorio, i campeggi dei giovani, il servizio civile in parrocchia e l’inizio del volontariato per i diversamente abili e per le devianze giovanili, e… non siamo ad una festa dei “combattenti reduci” per ricordare tutto!”

Andare in giro con i ragazzi su un pullman tipo quello targato Messina o in campeggio in un posto non certificato dall’ASL, magari senza copertura di rete telefonica, oggi è quasi improponibile; non ti sembra che abbiamo tolto un po’ di lavoro alla Provvidenza, che sopperiva ad un pizzico di sana “incoscienza”, e che tutto sia diventato più difficile nella vita di un oratorio e di una comunità?

“La provvidenza si coniuga benissimo con la responsabilità: ben vengano le indicazioni utili per la sicurezza e per assicurare servizi adeguati e buoni.

Non si può mai improvvisare anche se l’organizzazione diventa più pesante economicamente e più complicata burocraticamente parlando.

C’è sempre posto per “l’avventura” e la sfida per conoscere il limite e incontrare il non conosciuto, ma prudenza e buon senso non guastano mai. Per fortuna avevamo degli “angeli custodi” svegli e di prima classe!”

So che ti confrontavi quotidianamente, a tavola, con il parroco don Gino Cattaneo, sulla conduzione dell’oratorio…

“Il suo aiuto fu determinante, anche perchè la sua vita di sacerdote fu segnata dall’esperienza di oratorio. In lui vi erano principi e modi di fare che riscoprivo abbastanza corrispondenti alle mie esigenze e tante iniziative nacquero dietro suo suggerimento. Tante volte sorrideva su certe iniziative, sapeva che sarebbero morte per conto proprio, altre volte le sosteneva come importanti perché in esse credeva anche lui!”

Tu che hai girato il mondo in lungo e in largo, come sono gli oratori, se ci sono, e le strutture di formazione per i ragazzi?

“In molte parti del mondo non si crede più ad una pastorale per i giovani: c’è troppa stanchezza, gli operatori sono invecchiati e si preferisce affidare il lavoro formativo dei giovani ad organizzazioni “specializzate”. Allora, tutto prende il sapore del “dovuto”, del funzionale, dell’impegno a tempo con troppa analisi paralizzante “costi-risultati”. Forse abbiamo perso la forza dirompente che è la gratuità espressa in modo magnifico dal volontariato. Quando le cose si fanno con amore allora si è capaci di imprese e di eroismi molto interessanti.

Oggi resistono alcune realtà religiose con il carisma specifico della formazione, realtà sociali che affrontano con coraggio le devianze giovanile ma il lavoro ordinario, quello che è prezioso sul territorio, un tempo assicurato dalla parrocchia, dal Comune, dalle scuole e dalle associazioni, lo vedo in grande difficoltà soprattutto nelle motivazioni. E le famiglie sono sempre più sole ed in crisi.

Temo che non si investa più sui giovani e quindi sul futuro! Non ne nascono più e diventiamo sempre più vecchi e “decadenti”. Per fortuna la Provvidenza non ci fa mancare un “soffio” di futuro con i giovani che ci regalano le famiglie che arrivano da lontano, mettendoli a disposizione per il presente ed il domani comune.”

A distanza di 30 anni, che cosa è cambiato in quello che sotto la sua fotografia della prima messa ha scritto: “eccomi arrivato, piccolo, brutto e grassottello!”?

“Oggi scriverei:“Eccomi, ancora in cammino, più piccolo di qualche centimetro, la vecchiaia non rende più belli e circa la circonferenza crescono i chili da perdere: un disastro!”

Eh sì, ancora in cammino! Credo sia proprio questa il motivo del feeling che c’è ancora, nonostante gli anni, a don Domenico. Tra le foto che mi ha mandato ho scelto quella che lo ritrae sul Cammino di Santiago de Compostela, 800 chilometri da fare a piedi, con la maglietta celebrativa del 50° del nostro oratorio, sul cui logo c’era scritto: “nonostante l’età non invecchia mai”.

Sono passati altri dieci anni e noi, come don Domenico, siamo sempre in cammino, cercando di imparare da lui ad avere sempre il sorriso sulla bocca ed una incrollabile fiducia nell’aiuto del Signore. Concludo ricordando l’ultima frase del suo saluto alla comunità di Urgnano, dopo il passaggio di consegne a don Nunzio Testa: “Vi aiuti il Signore a cantare con gioia, a sorridere con soddisfazione, a sperare con fede, a lavorare con entusiasmo, a cercare con ostinazione il bene e l’unità della nostra comunità… e un giorno, quando il Signore vorrà ci ritroveremo, non più per celebrare una messa di saluto a chi parte e a chi arriva ma per celebrare la gioia che non finirà più… perché saremo con lui per sempre e allora la nostra gioia sarà piena e condivisa con tutti i nostri fratelli.”

Era il 18 novembre del 1984, da allora i nostri cammini si sono incrociati ancora tante volte e, anche se il suo destino-Provvidenza ora lo porterà verso le nuove frontiere dell’est europeo, come lui si augura, o verso altri luoghi (magari sarà il primo prete nello spazio!) avremo modo di incontrarci ancora perché, in fin dei conti, noi “ragazzi di oratorio” camminiamo tutti verso la stessa direzione. Grazie don Domenico e con un clik chiudiamo il nostro incontro virtuale e pensiamo al prossimo, don Nunzio, ma per incontrarlo basterà fare una gita a Laxolo, prima che parta per la sua amata Africa.

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