6 capitolo : 1991 – 1995 Don Marco Tasca

Avete presente “quel ramo del lago di Como…” dove la storia inizia con quel famoso curato che “per una di quelle stradicciole, tornava bel bello da una passeggiata…”? Si, avete indovinato, sto parlando dei Promessi Sposi ma se i luoghi spettacolari sono quelli del lago di Lecco, come io non sono Alessandro Manzoni anche il nostro curato (don Marco) non è don Abbondio, ed anzi non ci somiglia proprio, soprattutto in fatto di coraggio e di disponibilità.

Quando poi, dopo aver sentito la sua voce nelle registrazioni delle segreterie telefoniche che mi annunciavano la sua assenza, finalmente sono riuscito a trovarlo al cellulare, don Marco non stava tornando da una passeggiata ma lo sentivo a fatica tra il vociare di tanti ragazzi:

“Sono qui con i ragazzi del C.R.E., sto chiudendo la giornata, ti lascio anche il mio indirizzo mail, poi ci sentiamo per aggiornare l’intervista di 10 anni fa; ma sono passati già 10 anni?”

Dieci anni dall’intervista, ma quasi 13 da quando ha passato il testimone (che per la verità era una croce) a don Sergio. Noi da allora abbiamo avuto altri tre direttori nell’oratorio, mentre don Marco Tasca è rimasto nella chiesa del Pascolo, frazione di Vercurago, e da circa un anno gli è stata affidata anche la guida della Parrocchia del capoluogo:

Il Vescovo mi ha chiamato e mi ha chiesto “Lasci o raddoppi?”… anzi, mi ha detto solo “raddoppi” e così mi sono ritrovato con due parrocchie da guidare, rimanendo però come residenza in quella del Pascolo. Per fortuna, pur essendo un po’ ingrassato, non ho raddoppiato io!”

Preparo qualche domanda e la invio per mail all’indirizzo concordato promettendo di chiamarlo all’indomani per ringraziarlo delle risposte e salutarlo; durante tutta la giornata non mi arrivano ne’ la ricevuta di lettura, ne’ la mail di risposta. Il giorno dopo, di primo pomeriggio, finalmente vedo la sua mail di risposta, orario di invio 1.34! No, l’orologio della mail non è impostato sulle 12 ore, ha proprio risposto in piena notte, ed infatti nel testo mi dice che, prima di andare a letto, ha dato una controllatine,alla posta, ma non ce l’ha fatta a rispondere alle mie domande, e mi dice pure di chiamarlo tardi per dargli il tempo di tirare il fiato, perché è in montagna con i ragazzi del C.R.E.

Gli lascio tirare il fiato e lo chiamo alla sera, ma in tutte e due le parrocchie risponde solo la sua voce alla segreteria telefonica; non voglio disturbarlo dopo una giornata che mi immagino molto faticosa (non è più un giovanotto!) e quindi evito di chiamarlo al telefonino, sperando di trovare le risposte sulla mail al mattino dopo.

Siamo già a sabato, e io per domenica devo preparare l’articolo, di mail neanche l’ombra, ai telefoni delle parrocchie rispondono ancora le segreterie, comincio a pensare che… questa intervista non s’ha da fare! ma alle superiori ho interpretato Renzo Tramaglino, e se quello era disposto a tutto e di più per sposare la sua Lucia, figuriamoci che impresa a fare il numero di un telefonino! Squilla, squilla, don Marco risponde e possiamo iniziare la nostra chiacchierata, che per obblighi giornalistici nei confronti dei lettori di Urgnano Oggi, diventa una intervista o qualcosa che ci somiglia.

Ti ho sentito allegro tra i ragazzi del C.R.E., si rimane giovani a stare con loro!

“Eh certo, ma non posso fare altrimenti, visto che sono l’unico sacerdote delle due parrocchie e non ho il curato. Però è bello perché ho una novantina di ragazzi oltre a ben 37 adolescenti che fanno gli animatori; ho riunito i ragazzi del Pascolo, che sono una minoranza, e quelli di Vercurago, superando quindi uno dei problemi che avevo prima. In tutte le realtà di paesi grandi con diverse parrocchie, infatti, i ragazzi tendono a concentrarsi, quando frequentano, negli oratori delle parrocchie più grandi dove trovano gli stessi coetanei con cui vanno a scuola. Conseguentemente non si può contare su ragazzi che si appassionino all’oratorio diventano poi collaboratori delle attività parrocchiali. In questo caso, proprio per il fatto che i ragazzi si conoscono, frequentando le stesse scuole, non mi è stato difficile metterli insieme per il C.R.E. così come per altre attività”.

Ma come fai a gestire il doppio incarico di parroco sia del Pascolo che di Vercurago?

“Si corre! Così si mantiene la linea, anche se per la verità sono un po’ ingrassato, evidentemente lo stress mi fa l’effetto contrario. Comunque c’è un sacerdote che mi aiuta, ma viene solo a celebrare messa la domenica e mi sostituisce quando sono via con i ragazzi; però viene da Milano, è dei Padri Somaschi, e quindi mi solleva solo leggermente dagli impegni. In realtà in totale le due parrocchie non superano i 3500 abitanti, quindi meno della metà di Urgnano, però riesco a gestire insieme solo gli incontri dei catechisti e dei genitori, ma ho il doppio impegno sia per le cresime che per le comunioni, e non ho molte speranze di riuscire a metterli insieme.

Sebbene siano molto vicini e parte del territorio del Pascolo è nel comune di Vercurago, c’è molta diversità tra le due realtà. Vercurago ha un forte senso di unità e di appartenenza a Lecco, essendo un comune storicamente consolidato, quindi c’è anche grande presenza all’oratorio al sabato e negli altri giorni; la gente del Pascolo, invece, ha diverse provenienze e quindi non c’è un senso di unità al suo interno e neppure rispetto a Vercurago. Il legame tra i ragazzi e gli adulti è dovuto solo alla scuola, ma proprio grazie a questo ho potuto fare un unico C.R.E. ed anche riprendere a portare i ragazzi dell’oratorio in vacanza, come facevo a Urgnano.”

Immagino che andrai in montagna, la tua passione. Quali sono adesso le mete delle tue vacanze con ragazzi, adolescenti e giovani?

“Sono stato in Alto Adige, a San Lorenzo vicino a Brunico, con i più grandi sono stato anche in Valle Aurina. Recentemente ho provato a portarli più vicino, a Barzesto di Schilpario, ma poi alla domenica sono arrivati 80 genitori e quindi penso di non ripetere più l’esperienza! I ragazzi, poi, quando arrivano i genitori non gli danno corda, ma i genitori non riescono a resistere qualche giorno senza di loro e quindi penso proprio che cercherò altri posti più lontani”.

A proposito di corda, ti ricordi le famose camminate in montagna quando creavi la cordata, obbligando tutti a camminare insieme per non fermare il gruppo? Era un modo per farli crescere?

“Beh, adesso faccio un po’ più fatica e spesso mando avanti gli altri! Però la salita in montagna rimane una scuola di vita, il salire e l’arrivare insieme, aiutarsi, parlare uno con l’altro, ma anche lo stare zitti camminando, dosando le forze e aiutandosi reciprocamente è uno stile che fa crescere, ma in genere tutti i parallelismi che si fanno tra le attività con i ragazzi e la vita sono dei metodi per crescere ed educare”.

Ricordando le vacanze in montagna con ragazzi, adolescenti e giovani abbiamo cominciato un po’ a parlare di Urgnano, di quegli anni dal 1991 al 1995 quando don Marco ha assunto la guida del nostro oratorio; la mia prima chiacchierata con lui risale all’estate del 1991, quando lo accompagnai quasi in incognito da Gorle ad Urgnano. Originario di Colognola, don Marco Tasca era stato ordinato sacerdote sei anni prima e quindi arrivava in pianura con alle spalle una buona esperienza di oratorio, ma in una realtà quasi cittadina. Fin da allora mi colpì il suo sorriso, la parlata calda, sempre rispettosa dell’interlocutore, ma decisa e concreta; mai una volta che l’abbia sentito criticare qualcuno o qualche iniziativa, ma chiedeva a tutti di camminare nella stessa direzione (di solito si usa il termine “remare” ma lui non è grande amante dell’acqua, anche se adesso gli piacerebbe provare a fare canoa sul lago!). Alcuni forse si ricordano ancora della famosa predica di San Giovanni Bosco del 1994, quando ci disse, con il solito sorriso, ma senza peli sulla lingua, quello che sentiva di doverci dire… perché era sicuro che in quel momento ci volevamo bene ed avremmo capito…

“Si trattava di fare un salto di qualità, quindi bisognava smuoversi da alcuni sclerotismi, da alcune abitudini sulle quali si ritornava sempre. Io credo di aver visto un orientamento positivo, non ai miei pensieri ma piuttosto a quelli proposti dal Vescovo per gli oratori, coniugati con le situazioni contingenti della nostra parrocchia. Sull’aspetto della “formazioni dei formatori” non ho fatto altro che da eco a quanto affermavano continuamente il Vescovo e gli animatori pastorali della Diocesi, riguardo alla consapevolezza dell’importanza della figura degli educatori”.

Ma proprio quando si trattava di raccogliere i frutti di questo lavoro hai dovuto rimboccarti le maniche e ricominciare da capo altrove.

“In effetti non mi aspettavo di dover lasciare Urgnano proprio in quell’anno, anche perché mi era stato anticipato che non ce n’erano i motivi; sono però tutte situazioni nelle quali si deve imparare, ed anche se portano con se’ un certo carico di incertezze, sono comunque esperienze nuove”.

Quando torni ad Urgnano per qualche motivo, come recentemente per celebrare un matrimonio di una ragazza del “tuo” oratorio, sei come noi indigeni (nel senso di originari) che cerchiamo già da lontano di scorgere la cupola del campanile del Cagnola?

“Sinceramente, quando mi avvicino e poi dalla strada comincio a vedere il campanile, batte forte il corazon, scatta la molla dei ricordi positivi, la nostalgia dei volti e delle persone che hanno condiviso con te le esperienze, con cui hai sofferto e trepidato, che non si dimenticano mai.”

A proposito, tu hai potuto contare sulla preziosa collaborazione di suor Patrizia ed hai creato la segreteria dell’oratorio, ma anche la segretaria, alias la signora Cristina…

“Per me è stata una fortuna avere suor Patrizia come collaboratrice; c’è stata una immediata e reciproca intesa su come ci si doveva orientare e muovere nella vita dell’oratorio. Siamo entrati subito in sintonia sulla frequenza di come portare avanti le cose; è stata la mia spalla anche nei momenti più pesanti e difficili, condividendo sempre le attività che abbiamo proposto. Ha sempre svolto anche un’opera silenziosa di collegamento all’interno dell’oratorio che ha avuto i suoi buoni frutti. Ogni tanto la sento ancora, almeno a Pasqua e Natale per scambiarci gli auguri.

Con la signora Cristina è nato il ruolo della Segretaria dell’oratorio; al di là del ruolo c’è però la persona, con la quale abbiamo subito condiviso la meta. Ha sopportato i miei ingressi e le mie fughe veloci per la consegna del materiale, le mie sparizioni, la mia scrittura indecifrabile.”

Cosa ti ricordi, di bello o di brutto, quando ti capita di incocciare Urgnano nei tuoi pensieri?

“Non ho ricordi legati a iniziative o momenti particolari; ho subito presente l’affetto delle persone; dopo un po’ di tempo prende il sopravvento l’aspetto sentimentale e quindi ti ricordi soprattutto delle persone con le quali hai condiviso i problemi, le gioie o le difficoltà.

A distanza di tempo poi ricordi le persone senza il carico del rapporto “istituzionale”e quindi rivedi le situazioni con un’ottica più profonda, più personale.

Non c’è una cosa che in sé non mi abbia soddisfatto. Diciamo che sono stato contento di aver mantenuto la linea di attività proposta annualmente dalla Diocesi.”.

Tu hai tagliato il nastro della nuova sala bar e giochi, ma già allora si avevano nuovi progetti, che adesso, forse, possiamo mettere in cantiere. Ritieni importante che un oratorio si rinnovi e si ingrandisca per poter rimanere all’altezza del suo ruolo?

“La collocazione della sala giochi all’interno dell’oratorio è stata una buona scelta, perché è diventata punto di riferimento per i ragazzi e coloro che frequentavano l’oratorio. Ero convinto, e penso che la situazione non sia cambiata di molto, che grazie alla disponibilità di strutture gli animatori si potevano sentire maggiormente coinvolti e che c’erano ampi margini di miglioramento con la possibilità di coinvolgere altre persone, animate ed accomunate dalla passione per l’oratorio. Quando ho lasciato Urgnano avevamo nel cassetto tante altre idee: il cinema, l’allargamento della sala giochi, lo spostamento del campo di calcio per avere più spazi verdi per le attività ricreative, il tutto in un contesto condiviso ed indirizzato dal parroco, anche se un po’ vincolato dalla disponibilità di mezzi.

Gli spazi sono importanti, ma il problema principale è gestirli. Qui a Vercurago, ad esempio, c’è da rifare completamente l’oratorio, che risale agli anni ’50, e subito mi hanno prospettato questa necessità. Io ho detto subito ai genitori che se volevano un oratorio nuovo dovevano dimostrarlo, collaborando nella gestione ed iniziando a fare le pulizie in quello attuale. Ci sono stati molti brontolii ma poi i genitori ne hanno parlato, si sono confrontati e adesso sono riuscito a creare i turni delle pulizie. Ma per fare l’oratorio ex- novo ci vorrà un impegno molto più grande, ma ci proveremo!”

Allora ogni tanto bisogna proprio sfondare i muri della diffidenza e tutti gli altri muri che si frappongono agli obiettivi, come avevi fatto sulla moto con suor Patrizia all’inaugurazione di Giovaninfesta?

“Si, mi ricordo, ma quella fu una trovata più scenografica che altro. Però ogni tanto bisogna dare un segno di forza e fondare i muri, non nel senso di prevaricare, ma in quello di lanciarsi con decisione verso un obiettivo”.

Ma la moto ce l’hai ancora, ci fai ogni tanto un giro sul lago?

“Certo che c’è, in questo momento ha qualche problemino meccanico, ma ha anche lei 25 anni e quindi è normale. Normalmente la utilizzo come mezzo di trasporto, perché faccio molto prima a raggiungere Bergamo, però l’estate scorsa ci ho fatto qualche giro intorno al lago e devo dire che è molto piacevole, ma purtroppo non ho molto tempo.”

La nostra chiacchierata telefonica viene interrotta da un cane che abbaia ad un ragazzino che sta cercando don Marco…

“E’ il mio Zacc, diminutivo di Zaccaria. Mio padre aveva trovato qui a Pascolo una cuccia vuota e qualche tempo dopo il nostro arrivo abbiamo preso Zacc, che quindi adesso ha già 12 anni. Mi fa un po’ di compagnia…”

Con tutti gli impegni che ha penso proprio che sia Zacc ad avere bisogno di compagnia, non don Marco, e proprio per questo passo ai saluti sicuro di non lasciarlo su un ameno sentiero in riva al lago a leggere il breviario, come faceva il famoso don Abbondio, ma impegnato nel portare avanti da solo le sue due parrocchie, sempre con quel sorriso sulla bocca che rende piacevole lo stare con lui anche nei momenti più difficili ed impegnativi:

“Li ho anche io malumori e arrabbiature. Ma forse certe situazioni, la vicinanza di certe persone, l’educazione e la famiglia, mi hanno indirizzato ad un atteggiamento di questo tipo che io ritengo una fortuna avuta in dono. Adesso non sono più così tollerante, sono un po’ più rigido, sarà per l’età o per i percorsi della vita”.

Intanto però, mentre lo dice, sorride ancora e quindi ci salutiamo ancora con il sorriso, quel marchio di fabbrica di don Marco che neppure il passare del tempo non cambierà. Ciao e grazie di tutto, don Marco.

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