9 capitolo : 2004 – 2010 Don Ivan Santus

 

Carnevale 2006Don Ivan con alcuni giovani e il Vescovo di Bergamo alla giornata mondiale della Gioventù 2005 a ColoniaEscursione tra le strade di Montalcino scortato dai "cresimand body-guard"Don Ivan richiama l'attenzione dei ragazzi a Monte OlivetoDon Ivan si affaccia alla finestra, come il Papa: che sia un segno?A don Ivan piace giocare con i ragazzi: eccolo qui tra gli olivi di S. AntimoDon Ivan all'incontro dei cresimandi con un Padre Domenicano a S. Antimo

Attraverso ricordi, aneddoti, curiosità ed impressioni dei nostri curati abbiamo percorso un lungo viaggio attraverso i 60 anni del nostro oratorio e siamo giunti fino ai nostri giorni.

Bene, adesso voi tutti che avete partecipato a questa avventura, magari semplicemente come lettori,  vi aspettereste l’intervista a don Ivan Santus, ed invece la vostra curiosità potrà essere soddisfatta solo quando arriverà il momento di congedarci anche da lui, quindi speriamo tra molto tempo.

Ma se non c’è l’intervista come le riempiamo le quattro pagine del nostro diario di viaggio nel tempo? Dopo aver forzatamente dovuto “rimasterizzare” l’intervista al pioniere dell’oratorio, don Ubaldo, che ci ha già lasciato 10 anni fa, ho fatto un restyling delle chiacchierate con don Gianni (che purtroppo è deceduto pochi mesi orsono) fino a don Antonio: è stato bello ripercorrere i ricordi attraverso le fotografie e gli altri documenti d’archivio, ma  è tutt’altra cosa una bella chiacchierata!

Da don Domenico ho quindi riassaporato “il bello della diretta”, utilizzando tutte le diavolerie tecnologiche disponibili: fax, cordless, telefonino, e-mail, voip! La capacità di stare al passo con i tempi è una delle prerogative dei sacerdoti, in modo particolare dei curati, ed è un ingrediente indispensabile nella ricetta del successo pastorale, che significa riuscire a stare con i ragazzi e i giovani perché si capisce e si parla la loro stessa lingua.

“Strapower” dice spesso don Ivan, per commentare positivamente iniziative o idee, così come ricorda  gli appuntamenti ai ragazzi mandando loro un SMS. In questo modo anche l’oratorio non invecchia mai, come diceva il motto del Cinquantesimo, e continuamente si rinnova: ma allora cosa ci faccio lì ancora io che gli “anta” li ho già superati? La risposta è una sola: il volontario, cioè quello che si mette a disposizione del curato per aiutarlo a raggiungere gli obiettivi dell’oratorio.

E’ facile ricordare i curati che hanno segnato i 60 anni dell’oratorio con la loro presenza, disseminando ricordi nella memoria degli urgnanesi, ma è impossibile fare un elenco dei loro collaboratori, quei volontari che li hanno accompagnati, aiutati, consigliati, a volte sicuramente anche criticati; chissà quante volte ci sono stati anche scontri, discussioni, incomprensioni! Non crediate che l’oratorio sia fuori dal mondo, un’isola felice dove va sempre tutto bene: si fa fatica a portare avanti le iniziative, soprattutto quando ci sono mille problemi concreti che ne condizionano la possibilità di realizzazione. Ma l’importante è esserci, senza personalismi, ma con tanta voglia di mettersi al servizio degli altri, soprattutto dei ragazzi.

Anche senza intervista, possiamo comunque andare alla scoperta del Santus-pensiero sull’oratorio (n.d.r. l’abbinamento tra il cognome del Don e gli oggetti è un gioco molto in voga, come per esempio la famosa Santus-bike, l’inconfondibile bici regalata al Don, divenuta un oggetto di culto dei ragazzi).

L’ultima pubblicazione del Santus-pensiero, in occasione dell’incontro dei volontari tenuto l’8 settembre 2008, identifica così il ruolo del volontario:

“Essere volontari in Oratorio significa fare un tratto di strada assieme, condividere un pezzo della propria storia fra i gesti di tutti i giorni che portano a riconoscere il valore della propria vita, il valore della vita di ciascuno, qualsiasi siano le sue capacità. Significa aiutarsi reciprocamente a dare il meglio di sé, momento dopo momento, nella libertà di essere come si è, sapendo che la persona che ci sta accanto non giudica, ma ha la capacità di accogliere profondamente.

Per essere volontario non è necessario avere esperienza in questo campo, ma bisogna essere pronti e aperti ad imparare dalle persone, a lasciarsi trasformare da loro. Le responsabilità pratiche e i tipi di impegno possono variare a seconda dei bisogni delle persone accolte nell’Oratorio e nel proprio cammino personale.”

Nel corso degli ultimi 60 anni il ruolo del volontario in oratorio si è infatti trasformato continuamente, per potersi adattare alle necessità che di volta in volta si sono manifestate. Don Domenico, per esempio, ricordava anche nella sua intervista il ruolo importante del Gruppo H (che si occupava dei “diversamente abili”) e degli altri gruppi di volontari che avevano affrontato i problemi delle tossico-dipendenze e delle devianze giovanili. In quel caso si trattava di volontari fortemente impegnati in situazioni delicate, che nel corso del tempo sono gradualmente passate nella competenza dei Servizi Sociali del Comune e delle ASL; ma il campo di azione del volontariato ha sempre spaziato da attività semplici ed umili, come la pulizia dei locali dell’oratorio, ad altre nelle quali si richiede una specifica formazione, come il catechismo o anche l’animazione.

A tal proposito ricordo una risposta dell’intervista a don Sergio:

“Vorrei esprimere l’apprezzamento per i volontari che ci sono ancora, che resistono da tanto tempo, nonostante il frequente ricambio di curati. Sono una risorsa preziosa, così come i ragazzi che continuano a frequentare l’oratorio e che poi vi rimangono diventando a loro volta animatori e catechisti; soprattutto per questi ultimi ho sempre pensato che fosse indispensabile la formazione e lo è ancor di più oggi che ci si confronta con genitori istruiti, spesso laureati, con i quali ci deve essere una unità di intenti nel difficile compito della educazione e formazione.

Comunque la cosa più importante è che ci sia continuità nel mettersi al servizio dell’oratorio, indipendentemente dalla persona del curato, e condivisione di idee e programmi; è questa la ricetta che garantisce all’oratorio di non invecchiare mai.”

Spesso, di fronte all’invito di fare qualcosa per l’oratorio, molti si dicono non all’altezza, credono di non essere preparati a sufficienza, ma è un falso problema, perchè tutti possono fare qualcosa di utile: gli esempi, anche oggi, sono decine e sotto gli occhi di chiunque si trovi a frequentare l’oratorio per qualsiasi motivo (la riunione di catechismo dei figli, una partita di calcio, le feste del C.R.E., le sfilate di Carnevale, gli spettacoli nel cine-teatro e tante altre occasioni), basta guardarsi attorno.

Avete presente la parabola dei Talenti? Ciascuno di noi ha ricevuto dei Talenti, tanti o pochi che siano, e li dobbiamo far fruttare, non tenere nascosti per paura di perderli; curando i nostri Talenti (le nostre capacità, le doti che il Signore ci ha donato e anche quello che possiamo imparare) potremo farli fruttare, se non il 100, magari solo il 50 o il 10: di certo se non li mettiamo in gioco (meglio, se non ci mettiamo in gioco) non porteranno alcun frutto!

Dice ancora don Ivan: “Concretamente si tratta di fare assieme le cose di ogni giorno nell’Oratorio, parlare insieme ad altri, accorgersi delle cose che non vanno, fare le pulizie e avere cura dell’ambiente in cui si vive, aiutare una persona ad avere cura di sé (educazione e rispetto)… sostenere le attività dei ragazzi promuovendo l’espressione e le capacità di ciascuno, vivere assieme, pregare insieme, uscire e fare gite… nel contesto comunitario: preparare le feste e le celebrazioni, partecipare agli incontri di formazione, alle riunioni che strutturano la vita della comunità, andare in vacanza, divertirsi assieme e mantenere vivi i legami con coloro che anche solo passano una volta…”.

Non è poi così difficile e la ricorrenza del 60° anno di fondazione dell’oratorio è una ghiotta occasione per riscoprire una realtà che è stata certamente importante negli anni della nostra fanciullezza; senza entrare nella retorica del “si stava meglio quando si stava peggio” credo che le interviste di tutti i curati abbiamo rinfrescato la memoria di tempi diversi, dai difficili anni post-bellici a quelli del boom economico per finire, con alti e bassi, fino ai giorni nostri: ma, quando eravano ragazzi, sinceramente ci importava dei tempi nei quali eravamo?

I miei ricordi di ragazzo sono quelli degli anni Settanta: si andava a scuola solo al mattino e ci si trovava tutti i pomeriggi all’oratorio per giocare a pallone, nel campetto di terra battuta, pieno di buche, utilizzando giacconi e borse come pali delle porte, e tornare a casa solo quando cominciava a far buio o se la mamma di qualcuno veniva a chiamare il proprio figlio. Poi però dal gioco sono passato all’animazione nel cine-teatro, quindi ai primi tempi di Urgnano Oggi, stampato in proprio, poi alla catechesi, a tante altre iniziative, ed ancora oggi sono qui, all’oratorio, che sento un po’ come casa mia.

“Il volontario ha la possibilità di vivere in un focolare – continua il Santus-pensiero – e di farne la sua casa e la sua missione, oppure di trovare nell’Oratorio un luogo di servizio che non sia soltanto un mestiere ma una esperienza che coinvolge come persona nella sua interezza.

Non tutti possono o vogliono vivere a tempo pieno all’Oratorio, ma attraverso il volontariato si possono scoprire diversi modi di arricchire la vita dei ragazzi che oggi hanno molto più bisogno di figure adulte di riferimento.

Andare a prendere un caffè al bar o al cinema, approfittare di un sabato sera per fermarsi fuori dall’Oratorio o dentro, non solo per fare la guardia, ma per stare con i nostri ragazzi, può aprire al confronto con nuove prospettive di vita.

L’esperienza di volontariato può rappresentare, per coloro che la praticano, una preziosa occasione di crescita che consente, tra le altre cose, di scoprire e mettere in gioco le risorse personali e del gruppo di appartenenza. Integrare la propria esperienza quotidiana con gli ideali che animano l’agore significa per il volontario poter radicare il proprio fare nell’essere, in ciò che si è ed in ciò in cui si crede, per vivere con gli altri un cammino di evoluzione.

Imparare a dare attenzione ad emozioni e bisogni, a valori e stili di comunicazione, propri ed altrui, permette di riversare correttamente presenza nella relazione, di creare con l’altro un linguaggio comune nel rispetto delle individualità. Costruire uno spazio di incontro caratterizzato dal saperci essere promuove una sana e positiva qualità di relazione ed apre alla possibilità di crescita bilaterale e di un volontariato vissuto in maniere più pregnante, sia per chi lo agisce, sia per chi ne è destinatario”.

Quale significato può avere oggi l’essere volontario in Oratorio?

“L’essere volontari ci fa incontrare con l’idea di Oratorio che ciascuno di noi ha in mente: questo vuol dire fermarsi e chiarire bene cosa vuol dire Oratorio oggi.

Siamo di fronte ad un Oratorio a cerchi concentrici: quando lanci un sasso nell’acqua si formano una serie di cerche che dal centro si allargano sempre più fino a quando si riconfondono con il resto dell’acqua; la stessa esperienza di Oratorio non può essere più uguale per tutte le persone, anche perché ci troviamo in una realtà dove lo spazio di esperienza è amplissimo e l’Oratorio non può e non deve competere su questo.”

Quindi su cosa si deve misurare l’Oratorio?

“Esagerare nel divertirsi riscoprendo la bellezza di stare insieme e lì crescere. Non dobbiamo dimenticare che l’Oratorio esiste per crescere, e su questo penso in tutte le età e nei diversi momenti della vita”.

Io capisco che il tuo volare avanti e indietro da Roma ogni settimana per frequentare l’Università ti faccia stare sempre tra le nuvole… ma non ti sembra un volontariato idilliaco, quasi da sogno?

Il volontariato che sogniamo è una scelta. Così ci ri-conosceremo e ci ri-conosceranno volontari adulti e responsabili. Educare, oggi, alla gratuità, al dono, al disinteresse personale, all’essenzialità, alla condivisione significa non gestire scampoli di assistenza a buon mercato, bensì voler contribuire, con altri, a trasformare il villaggio globale che è divenuto l’Oratorio, dove ragazzi di ogni tipo e non solo quelli motivati, entrano e vi transitano… ma non è forse nato così l’Oratorio nell’Ottocento con San Giovanni Bosco?

I ragazzi e i giovani, in tutte le loro dimensioni, sono il nostro obiettivo principale,  la centralità e la priorità che affermiamo, che vogliamo rimettere al centro del nostro Oratorio. L’incontro con la vita dei più giovani, nella realtà di ogni giorno, è il cammino paziente che ci fa crescere come cittadini responsabili, che connota la nostra identità.

Ogni volta che ci riconosciamo fratelli e ci confrontiamo con ciò che facciamo, è vinta una scommessa sull’uomo, è una libertà che trionfa sull’interesse, è un seme che genererà accoglienza.

E’ da noi stessi che dobbiamo cominciare per riconciliare l’uomo con la sua dignità (ecco l’importanza del valore del rispetto).

Siamo ancora lontani, ma dobbiamo ricominciare da qui, se vogliamo alimentare la speranza di un cambiamento possibile e misurare l’efficacia del nostro incidere sull’indifferenza e l’apatia che sembra caratterizzare la società in cui siamo immersi.

Rendiamoci capaci, anche come Cristiani, di parlare al futuro, sfuggendo alla tentazione del perfezionismo, perché le situazioni non saranno mai perfette.

Ebbene, avrà ciascuno di noi il coraggio di essere il primo volontario del proprio tempo?

Re-inventiamo uno stile di volontariato che abbia radici solide e guardi al futuro con ottimismo. Non ci può essere Oratorio senza felicità!”

Strapower! Roba da alzarsi in piedi ad applaudire, ma quando don Ivan ha detto tutto questo proprio ai volontari riuniti nel cine-teatro Cagnola, l’unica cosa che si è alzata è stato un brusio di commenti; tutti d’accordo sulla teoria, ma tutti preoccupati per la sua applicazione pratica. Succede sempre così quando si cerca di fissare in alto un obiettivo: chi fa fatica ad addormentarsi, perché è preoccupato dei risultati del suo impegno e  non riesce a riscontrare l’efficacia di tanti vani tentativi, come fa a sognare? Ci vuole il don Bosco di turno, che ti indica la strada, proprio come quello della nostra statua, che rivolge verso l’alto l’indice della sua mano: è lì che dobbiamo guardare! In questo senso possiamo dire che i curati dei 60 anni sono stati tutti, anche se in diverse misure, come don Bosco: sognatori, intraprendenti, coraggiosi, temerari e se, a volte, ci sono apparsi anche incoscienti, forse ci hanno invece dimostrato come si devono amare i ragazzi, credendo di più in quello che hanno dentro.

Ma noi oggi abbiamo a che fare con i “talebani”, commenterebbe il volontario-tipo dell’oratorio, riferendosi ai ragazzi che abbiamo di fronte.

“Anzitutto sono i nostri ragazzi e non degli extraterrestri, per cui dobbiamo partire da chi sono, dalle loro storie, da quello che vivono, da ciò che gli adulti consegnano loro; proviamo a pensare a come vedono comportarsi gli adulti in chiesa (assistono e non partecipano, e il canto?), alla filosofia del tutto-lecito che assimilano dai grandi, al valore dato ai soldi e al tempo libero e a quali sono gli ideali di vita che vengono loro proposti!?

Sono i ragazzi di sempre, con una differenza fondamentale: i punti di riferimento! Ecco perché l’Oratorio deve tornare ad essere punto di riferimento, e questo dipende moltissimo dalle persone che ci operano e ci vivono, dal barista, al volontario, al catechista, all’animatore…

Essere presenza che accoglie, ascolta, corregge, aiuta: su questo è fondamentale creare relazioni perché chi entra i Oratorio si senta qualcuno, possa scoprire un luogo dove può  crescere con la regola fondamentale del Rispetto (l’Oratorio è di tutti ma non si può fare tutto).”

Don Ivan la pensa così e come gli si può dar torto? C’è solo da fare un ritocchino allo slogan del 50°, perché l’oratorio “non può invecchiare mai!” e con lui il povero volontario che deve sopportare la fatica di stare al passo con i tempi, almeno fino a quando non c’è qualcuno che prende il suo posto consentendogli di tirare il fiato e di potersi defilare pur rimanendo come punto di riferimento sicuro. E’ una bella sfida, perché molte sono le cose contro cui combattere…

“Il nostro volontariato non può rendersi complice di un mondo che riduce le persone a merce, non possiamo più accettare che sia solo l’economia o il mercato a determinare il nostro avvenire. Rendiamoci capaci di inventare nuovi modelli di convivenza, nuove relazioni di comunità, basati sulla responsabilità e sul prendersi cura uno dell’altro.

Riprendiamo il largo, come Gesù invitò i suoi discepoli a fare! Ri-facciamo dei nostri Oratori luoghi accoglienti e conviviali che diventino laboratori aperti per ri-costruire delle Comunità, a misura di uomo, rispettose dell’ambiente, capaci di coesione ed inclusione per tutti.

Ma non rinchiudiamoci solo in esse, restiamo nelle piazze, sulla strada, dentro le frontiere dove si consumano, quotidianamente, esclusioni ed emarginazioni, solitudini ed ingiustizie verso i più giovani, dove si fa più fatica ad essere persone, cittadini, comunità.

Se ci sradicheremo dalle pigrizie, anche culturali, delle nostre mentalità ristrette, se proviamo, anche con una formazione adeguata, ad andare oltre le false certezze che albergano in ciascuno di noi, se non ci preoccupiamo di salvaguardare il nostro pezzettino ma sappiamo accogliere anche e sempre nuove persone, allora potremo parlare di Oratorio.”

Celebrare il 60° del nostro Oratorio è stata una grande occasione per tornare indietro nel tempo, ritrovare persone, luoghi, avvenimenti che hanno segnato gli anni della crescita di diverse generazioni di urgnanesi, ma adesso è già ora di guardare in avanti. Qual è il prossimo obiettivo, don Ivan?

“L’Oratorio deve diventare il volto di una comunità e non il volto del curato o di un gruppo o di qualche altra persona. E’ forse l’aspetto più difficile, ma più interessante, per essere oggi ancora proposta vera e valida per le famiglie, per i bambini, per gli adolescenti, per i giovani della nostra Comunità.

Un luogo dove si possa insieme crescere!

Pur senza una reale intervista don Ivan ha toccato molti argomenti profondi, che vanno ben oltre le considerazioni superficiali che spesso si fanno sull’andamento delle attività oratoriane; meritano di essere valutate, discusse, criticate (costruttivamente) ed arricchite, quindi mi astengo dal chiudere questo articolo con il classico commento finale; avremo la possibilità, tutti ed insieme, di riflettere su questi temi in occasione del Congresso dell’Oratorio che si terrà durante la settimana di S. Giovanni Bosco, a fine gennaio prossimo.

Il viaggio tra i curati del nostro Oratorio si conclude qui: sono stato contento di avervi fatto da guida, vi ringrazio per la pazienza con cui avete letto i miei racconti-intervista e rinnovo l’appuntamento al 70°, tra dieci anni; ripongo le fotografie in uno scatolone, come si fa con le statuette del presepio dopo l’Epifania, e, insieme a voi, chiudo la pagina e vado avanti.

Ci vediamo in Oratorio!

Gianluigi Radavelli

 

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